Per una architettura delle emozioni
Come sentiamo, ricordiamo, sogniamo lo spazio?
Se lo è chiesto il filosofo Gaston Bachelard nello studio ‘Poetica dello Spazio’, del 1957.
Gli edifici non sono contenitori neutri, improntati alla pura funzionalità: le forme che abitiamo e gli oggetti che scegliamo influenzano il passo della nostra esistenza e plasmano silenziosamente il nostro modo di essere.
La casa, in particolare, è la prima configurazione che la nostra dimensione interiore viene ad assumere. Lo spazio, così come appare, risulta investito di valenze sentimentali: il perimetro familiare ci chiude e protegge dentro i suoi confini, consentendoci di sviluppare il senso di sicurezza destinato ad accompagnarci per tutta la nostra vita.
Abitare i ricordi
Bachelard indaga l’aspetto emozionale dell’architettura e del design, riflettendo sulla capacità degli oggetti di attivare tonalità emotive e oniriche.
L’edificio che abitiamo non ripara solo il nostro corpo dal freddo e dalla pioggia, gli arredi di cui ci circondiamo non rispondono solo alle nostre necessità pratiche ma influenzano i nostri comportamenti e lo sviluppo di quella rêverie in cui navighiamo per tanta parte della nostra esistenza.
Una scala, un bagno, un armadio possono diventare dei luoghi della memoria, così come un angolo buio o una camera spoglia. la lezione che Bachelard trasmette è che, almeno in parte, abbiamo la possibilità di creare la mappa della nostra anima
Il progetto tra spazio e immaginazione
Un architetto che ha riconosciuto in Bachelard un riferimento importante per la propria elaborazione dello spazio esistenziale è stato Christian Norberg-Schulz. L’esempio che meglio esprime questa filosofia è Villa Italiesin, a Porto Ercole.
La residenza estiva dell’architetto norvegese esprime una concezione dell’architettura fondata sull’esperienza emozionale dello spazio. Il progetto del 1960 riflette la distinzione tra una struttura interna, intesa come un “nido” protettivo e intimo, e una struttura esterna concepita invece come tensione verso l’infinito e apertura al paesaggio.
Questa dualità richiama le riflessioni di Gaston Bachelard ne La poetica dello spazio, secondo cui la casa rappresenta al tempo stesso un luogo di protezione, memoria e interiorità e uno spazio capace di aprirsi all’immaginazione. L’architettura supera così la sua dimensione puramente funzionale e costruttiva, trasformandosi in una esperienza sensoriale e psicologica, nella quale materia, luce, paesaggio e percezione contribuiscono alla costruzione dello spazio vissuto.
Esporre lo spazio
La percezione intimistica non è esclusiva dell’ambiente domestico: anche un edificio aziendale o uno spazio espositivo possono diventare luoghi in cui le emozioni prendono forma.
L’allestimento che non si limiti a disporre gli oggetti nello spazio, si rivela capace di orientare lo sguardo e la percezione, fornendo nuovi stimoli alla nostra immaginazione. La luce, i materiali, le proporzioni, i silenzi e le soglie compongono una narrazione non dichiarata, fatta di sensazioni più che di parole.
Attraversare una sala, soffermarsi davanti a un oggetto o incontrare uno spazio inatteso sono azioni rese possibili dallo spazio, per consentire l’uscita dallo spazio stesso, verso una dimensione onirica in cui realtà e immaginazione si sovrappongono.
Ogni spazio può diventare così una forma di racconto interiore: dalla casa allo spazio espositivo, dall’intimità del nido all’apertura verso il paesaggio, l’architettura non si limita a definire un luogo, ma costruisce le condizioni perché qualcosa venga sentito, immaginato e infine ricordato.
Abitare significa allora anche lasciarsi abitare dallo spazio, permettendo che la materia, la luce e le forme entrino nella nostra esperienza e diventino parte della nostra memoria. È forse qui che l’architettura trova la sua dimensione più profonda: non nel costruire semplicemente luoghi da attraversare, ma nel creare spazi capaci di rimanere dentro di noi.
Un percorso continuo
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